Non voglio limitarmi a scrivere una banalità sul fatto che mio figlio di 10 anni mi abbia impartito, involontariamente, una sonora lezione. Preferisco concentrarmi sul cambiamento che ho osservato in lui: un passaggio repentino e inaspettato, un cambio totale di approccio al problema che lo ha condotto a una vittoria, frutto della mia eccessiva baldanza e sicurezza di avere già vinto.
Da due anni giochiamo a scacchi e, da circa sei mesi, utilizziamo i libretti delle mosse e un orologio apposito (regali del nonno). Annotiamo ogni mossa e registriamo la posizione dei pezzi sulla scacchiera al termine di ogni partita.
Il 10 febbraio 2025, mio figlio ha vinto la sua prima partita a scacchi contro di me. Durante questi due anni di gioco – fatti di analisi, consigli ed esperienza – ha imparato, un passo alla volta, anche come gestire le situazioni difficili. In passato, di fronte a una quasi-sconfitta, tendeva ad arrendersi: sotto pressione giocava in difensiva, non valutava le mosse successive e commetteva errori grossolani.
Quella sera, però, qualcosa cambiò. La sua voglia di giocare si manifestava già nella rapidità con cui sparecchiava la tavola, allestiva la scacchiera e prendeva in mano libretti e orologio. Pedone bianco e pedone nero, stretti nei sui pugni chiusi: «Papà, scegli!». E così, mi ritrovai con il pedone nero.
Il suo modo di giocare era già diverso: faceva pause per valutare le mosse ed era evidente che analizzava non solo le sue possibili giocate, ma anche quelle che intendevo compiere. La partita si svolgeva in modo divertente: nonostante qualche errore nella gestione della scacchiera, la sua determinazione era palpabile.
Dalla quindicesima alla ventesima mossa, il suo stato d’animo diveniva sempre più agitato, consapevole di essere in svantaggio. Pur disponendo di due torri e di un re ben protetto dai pedoni – e avendo effettuato l’arrocco – la situazione non sembrava favorevole.
Nella ventiduesima mossa, sembrava essere ormai chiaro chi avrebbe vinto: a un certo punto fu costretto a sacrificare la regina. Pensavo che la partita fosse finita; eppure, stranamente, non si mostrò sconfortato. Al contrario, spostò la torre e si preparò per le prossime mosse. Davanti a una scacchiera dominata dai miei pezzi neri, iniziò a preparare il campo per raggiungere il suo obiettivo: vincere.
Mi aspettavo che giocasse in difensiva – modalità che spesso porta a commettere errori – invece lui decise di cambiare strategia. Iniziò a muovere in modo tale da non farmi intuire le sue vere intenzioni, mentre io, troppo convinto della vittoria, restavo cieco.
Costruire la vittoria
Ed ecco il mio errore: ero così sicuro di vincere da non badare minimamente al re, collocandolo in una posizione che avrebbe facilitato lo scacco matto. Mio figlio non se ne accorse subito – durante il suo dilemma tra abbandonare la partita o continuare a lottare – ma solo in una mossa successiva.
Ho visto un cambiamento improvviso nel suo modo di giocare. Va detto che, fino a quel punto, aveva giocato bene, impegnandosi a prevedere le mosse successive – cosa non facile per un bambino. Decise di cambiare strategia: mosse in modo da celare le sue vere intenzioni, mentre io, troppo convinto della mia vittoria, restavo ignaro.
Mossa 26 (Bianco): la torre attraversa la scacchiera, dando scacco.
Mossa 26 (Nero): difendo con il cavallo, ma avevo già intuito la sconfitta. Avevo rinchiuso il re in un vero cul-de-sac, senza riuscire a portarlo in salvo, vicino al cavallo per evitare lo scacco matto.
Mossa 27: la torre bianca cattura il cavallo. Scacco matto.
Aveva vinto, nonostante il limitato numero di pezzi a sua disposizione. Non dimenticherò mai l’espressione sul suo volto quando, con tre mosse d’anticipo, aveva compreso di aver vinto. Lui l’aveva capito, e anch’io lo avevo intuito.
Ero e sono soddisfatto. Credo che sia stato un momento cruciale per lui: la tentazione di arrendersi fu spazzata via, lasciando spazio alla determinazione di lottare fino in fondo. Ha saputo sfruttare il mio eccesso di sicurezza, costruendo la vittoria in poche mosse, dopo aver individuato la breccia nella mia difesa.
Siamo andati a dormire con il sorriso: lui per la vittoria, io per l’orgoglio di averlo visto fare un passo avanti nel suo percorso di crescita. Felice di aver assistito a una trasformazione che lo ha spinto a portare avanti una strategia fino all’ultimo per raggiungere il suo obiettivo. Gliel’ho detto chiaramente: gli ho espresso quanto avesse giocato benissimo, quanto fossi orgoglioso della sua capacità di gestire la partita, di non essersi arreso e di aver sfruttato al meglio i pezzi a sua disposizione – gliel’ho ripetuto anche il mattino seguente.
Sono esperienze che ti restano dentro.
L’ascolto
Meditando sull’evento ho estratto alcuni pensieri (che riporterò in estrema sintesi). L’ascolto e il suo valore. La partita a scacchi è un dialogo fatto di strategia, emozioni e capacità di reagire agli eventi, di adattarsi alla situazione e di trovare nuove soluzioni. In questa partita ho colto una crescita, una voglia di non fermarsi e di andare avanti con ciò che si ha a disposizione. È stata una prima dichiarazione di crescita interiore, alla quale ne seguiranno tante altre.
Ho sempre pensato che la crescita fosse un processo silenzioso, di cui ci si rende conto solo all’improvviso, osservando veramente i propri figli. In questo caso, invece, quel passo mi è stato messo in evidenza, senza arroganza, con i fatti: “Papà, sto crescendo” e “Adesso vedi di dare il massimo”.
Ancora una volta – come già accaduto in passato – ho vissuto il ribaltamento dei ruoli. Lui mi ha insegnato qualcosa di nuovo, che pensavo di avere già appreso ma che, a quanto pare, non avevo assimilato. La lezione di quella partita è stata importante. Lui ne ha guadagnato in fiducia, ha testato le sue capacità e la sua reattività, dimostrando di sapersi adattare alla situazione. Dal canto mio, invece, ho potuto comprendere a fondo il paradosso della sicurezza (amo i paradossi): un eccesso di sicurezza può essere una pessima consigliera, portandomi a sottovalutare il mio avversario.
Diciamo che, da qui in avanti, presterò maggiore attenzione in tutte le cose. Come in un match tra anonimi contendenti in rete, dovrò valutare ogni mossa, scacciare la baldanza e accogliere prudenza e lungimiranza, per dimostrare che anch’io ho imparato la lezione.
Per fare chiarezza
Non sono uno scacchista di alto livello, me la cavo. Sono poco meno di uno scacchista dilettante. Insomma, gioco ogni tanto online, conosco qualche strategia, ma sono uno di quelli “medi”, senza infamia né gloria. Uno scacchista bravo (o medio-bravo) è tutt’altra cosa; io gioco solo per diletto.