I Social Network, tra degrado e nuove fedi


Gabbia Social Network

Sembra priva di senso…

Qualche anno fa chiusi il mio profilo Facebook. Non provai nessuna sensazione particolare, in quanto la cronofagia dei social mi aveva disgustato.
Ma la loro ascesa ed il ruolo centrale nella comunicazione digitale, mi costrinsero a riattivare il profilo e, cosa ancora peggiore, iniziare a studiare e a comprendere la comunicazione per le aziende, all’interno di questi portali.

Non ho cambiato idea. I social network mi disgustano ancora. Entro nei profili solo per analizzare i dati delle pagine, controllare e valutare la comunicazione e capire come orientare la comunicazione. Il mio profilo l’aggiorno un paio di volte al mese, solo per scrivere la prima boiata che mi passa per la mente.

Da quando esiste internet il mondo è cambiato. Certo, non servivo io per dirlo, ma ho potuto assistere alla crescita e allo sviluppo del web stesso, sia come spettatore sia come addetto ai lavori e posso dire con certezza che in questi anni ho visto gli utenti scendere la china morale a velocità sempre maggiori.

Dopo i forum, chat e blog, l’arrivo dei Social network ha aperto nuovi sbocchi allo sfogo narcisistico umano e dopo aver compreso che avremmo potuto guadagnare della notorietà più facilmente, dopo aver cercato di dimostrare di essere ciò che non siamo, dopo il periodo dei gattini ovunque, siamo diventati brutti.

Brutti e deformi, come solo un fanatico estremista religioso carico di odio può diventare. Non ci sono dèi, ma volti di politici. I politici hanno pure sostituito i santi. I Social favoriscono il culto della personalità ed elevano un semplice uomo in divinità.
Dopo anni di discussioni al bar, con toni e modi scoordinati e amplificati dall’alcool, abbiamo scoperto di poter urlare (con sapiente uso del Caps Lock) il nostro sdegno. Abbiamo scoperto che c’erano altri utenti insoddisfatti della vita e che pure loro sentivano il bisogno di esprimere il proprio disagio.

La storia è sempre la stessa e si ripete ciclicamente. Siamo arrabbiati e non sappiamo con chi prendercela. Con noi stessi? Sia mai. Allora, abbiamo atteso che ci fosse qualcuno a creare un nemico comune o a regalarci un motivo per provare rancore.

E allora sediamo davanti al nostro dispositivo perennemente connesso ad internet, ci colleghiamo verso la nostra divinità politica e iniziamo la nostra preghiera:
“Dacci oggi la nostra indignazione quotidiana”. Ci serve, la pretendiamo.
“Dacci oggi il nostro nemico quotidiano”. Dovremmo pur scaricare su qualcuno il nostro odio.
E quindi “Proteggici dall’invasione e liberaci dall’Europa… Amen”.

E se sei un vero fedele lo devi dimostrare. Bandiera tricolore vicino al nome o al nickname (fa molto rétro).
E lo stuolo di eroi da tastiera iniziano la loro battaglia in difesa della patria, contro i malvagi buonisti:
Mostriamo a loro chi siamo e qual è la nostra fede! Indossare un simbolo! Dobbiamo indossare un simbolo! Una bandiera, la nostra bandiera! Siamo italiani, cazzo! Amiamo la nostra cultura, ma ci esprimiamo in un italiano che fa dubitare delle nostre origini.
Questo no, non è sintomo di incoerenza. Un vero italiano conosce solo i modi indicativo e infinito (che è un modo ben più epico).

I Social Network mi fanno schifo perché si sono tramutati da luoghi che avrebbero dovuto catalizzare il dialogo interculturale, dandoci la possibilità di arricchire la nostra esperienza personale, in templi dell’odio.

Niente. L’apertura verso altre culture richiede troppo sforzo intellettivo.

Quindi? Semplifichiamo. Messa quotidiana in diretta Facebook. Radunati nel grande tempio virtuale, il quale trasmette le parole del nuovo messia sui diversi dispositivi. Rispondiamo all’omelia con commenti sempre più simili alle parole del “pastore”. Apprendiamo e memorizziamo terminologie semplici. Ripetiamo gli slogan, i quali vengono adottati come dogmi e utilizzati nell’opera di evangelizzazione nella rete.

I commenti sono identici. Gli adepti della nuova fede, ammaestrati e con il cranio ben farcito di luoghi comuni, marciano virtualmente a testa bassa, come arieti sfondano i bastioni delle pagine degli oppositori, digitano in automatico le parole apprese dal nuovo dio, ripetendole pagina dopo pagina in modo compulsivo e convinti che ripetendo in massa una stronzata, questa si tramuti in verità.

Abbiamo smesso di pensare. Abbiamo spento i neuroni. La logica è troppo complessa, la verità fa schifo e il singolo non vuole fare i conti con se stesso.
Entriamo nella nuova agorà digitale per parlare solo con i propri fratelli ideologici, così da poter rinforzare le nostre convinzioni e chi la pensa diversamente deve essere bannato.

Il “ban” è la nuova forma di scomunica digitale. Inappellabile. Lì, l’utente alfa (o admin) è padrone del proprio destino e di quello dei suoi protetti.
Egli, come un saggio prelato, protegge i parrocchiani dai satanici radical chic.

Ti “banno” perché non la pensi come me. Se non la pensi come me, cosa vieni a commentare a fare? A cercare confronto? Qui non vogliamo il confronto. Qui vogliamo solo conferme. Noi siamo “l’uomo che non deve chiedere mai!” quello che sa di essere dalla parte del giusto. Quello che vuole le tradizioni, ma solo per respingere altre culture e se il custode della mia tradizione religiosa mi chiede di essere aperto di mente ed accogliente, beh… lo mando a quel paese.

Sì al crocifisso come roba da attaccare al muro, che cosa abbia detto in vita il tizio appeso, non me ne frega nulla… avrà fatto i soliti discorsi da buonista.

Siamo diventati bidimensionali. La profondità è roba da intellettualoidi Radical Chic (a quanto pare sono arrivati alla lettera “R” del vocabolario) che vogliono usare parole difficili. Non siamo più in grado di capire una notizia vera da una falsa. Tutto fa brodo, basta che vada ad appoggiare la nostra linea di non pensiero, ma di parole infilate nel cranio da altri.

Troppi metalli nei vaccini: bambino arrugginisce dopo il bagnetto”. Lo condivido! È la prova che nei vaccini ci sono metalli pesanti. Cosa? È satira? I soliti comunisti, ora segnalo la pagina. Vedranno di cosa sono capace. Segnala! Segnala! Segnala! (come direbbe Crozza, vestendo i panni di Napalm51).

E misuriamo tutto quello che scriviamo.

Parlo male degli immigrati? Tanti like? Wow! Salvini accusato di sequestro? Ma siamo matti? E nessun indagato per il ponte? Solo in Italia c’è il razzismo contro gli italiani. #chiudiamoiporti! Mamma mia! Quanti like! Sono un influencer!

Siamo diventati talmente bidimensionali che ci beviamo tutto quello che viene propinato. Dimentichiamo velocemente e ripetiamo gli stessi sbagli.

I Social Network, ma oramai buona parte del web, sono diventati marci. Una foresta di fake news, di gente che vuole diventare “influencer”, di contenuti sempre più poveri e privi di senso.

Alla fine siamo convinti che un semplice copia/incolla possa battere il malefico algoritmo di Facebook.

I 490 mila rotoli della Biblioteca reale di Alessandria, la resero la più importante del mondo antico e quel sapere era per pochi. Oggi, il nostro dispositivo portatile (lo smartphone) è la porta che ci apre ad una vastità enorme di informazioni e di sapere condiviso; è alla portata di tutti ma viene usato da pochi.

Basterebbe un clic e una semplice ricerca per capire cosa sta succedendo nel mondo e dare via ad una scintilla che innesca un pensiero, ma preferiamo scorrere la home di un social, soffermarci su quel “meme” attraente, con immagine fuorviante ma dal testo semplice, indignarci e alla fine condividere.

Alla fine il nostro pensiero si riduce ad un hashtag e diventiamo come i pappagalli: ripetiamo ma non capiamo.

#chiudiamoilweb
#torniamoapensare
#riprendiamociilnostrotempo

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