Il giorno in cui ho smesso di fare il giornalista

Fine di un giornalista

Dare tanta inportanza all’etica lavorativa, da rinunciare al lavoro più bello del mondo.
Così dopo anni di giornalismo ho messo la parola fine ad un importante capitolo della mia vita.

Un domani, tra qualche anno, potrebbe capitare che mio figlio ritrovi vecchi articoli di giornale con la mia firma, o pdf degli articoli pubblicati nel corso degli anni.

Una domanda potrebbe sorgere spontanea nella sua mente. “Papà perché hai smesso di fare il giornalista?”

Oggi sarebbe difficile mettere in ordine le idee, vista la delusione ancora forte, tuttavia sarebbe buona cosa fare mente locale e provare a dare una risposta già ora.

Potrei dire che è colpa delle scelte editoriali delle testate o di chi gestisce le pagine.

Almeno questa è la causa iniziale. Il resto è colpa del mio più gran difetto: quello di essere un idealista.

Ho preferito dare importanza all’etica lavorativa, piuttosto che al denaro, e a dire di no quando qualcosa andava a cozzare contro questa.

La rottura del rapporto tra me e questa professione è iniziata ai tempi in cui collaboravo al Resto del Carlino di Rovigo. In due anni e mezzo ero riuscito a mettere in piedi una rete di tutto rispetto. Avevo dato visibilità al giornale nelle zone per cui scrivevo (il Delta del Po Veneto), raccontavo le problematiche di un territorio ricco di contraddizioni, un’area vittima della mala gestione della classe politica ed incapace di assicurare un futuro alle nuove generazioni.

Un territorio inadatto a trovare la propria vocazione, nonostante possa vantare una delle aree naturalistiche più belle d’Europa. In questa zona, gli abitanti hanno pagato caro le scelte del passato e continuano oggi a pagarle.

Vedi le estrazioni di acque metanifere che hanno portato il livello del suolo sotto il livello del mare. Non voglio soffermarmi solo su queste cose. Ciò che voglio dire è semplicemente questo: Per me, il giornalista ha il dovere di raccontare il territorio e permettere ai lettori di farsi un’idea senza che questo inserisca il proprio parere personale.

Il giornalista deve cercare le notizie, conoscere a fondo quello che scrive documentandosi, trovare le contraddizioni e metterle davanti agli occhi di tutti.

Un giornalista è e deve essere al servizio della comunità. Questo significa scrivere anche cose poco simpatiche per la gente del posto, tuttavia fa il suo lavoro: quello di informare.

Ai tempi del Resto del Carlino di Rovigo ero riuscito a fare tutto sommato un buon lavoro, sino a quando un nuovo redattore non decise che scrivere delle sagre e mettere le foto di persone in festa, era più importante di raccontare il territorio stesso.

Cercai la via di mezzo. Di trovare delle storie da raccontare, alla fine non andavano bene. Non erano sagre e non c’erano mille foto. Rifiutai, quindi, di continuare. Cominciò un periodo da incubo. Articoli che non uscivano, notizie importanti lasciate da parte per la “sagra del pollo fritto”.

Tuttavia, i costi per fare al meglio il proprio lavoro erano troppo elevati e le entrate sempre minori. Avevo pagato il dazio di aver fatto una scelta coerente.

Niente sagre? Niente pubblicazioni, ergo nessun pagamento.

Un collaboratore inizia dal buon mattino il suo lavoro e spesso sino al primo pomeriggio non sa ancora se pubblicherà o meno.

Emigrai in una testata online. Feci le mie inchieste, ritrovai lo spazio per continuare a fare giornalismo, ma anche questa esperienza fu abbastanza deludente.

Alla fine approdai al Corriere del Veneto. Sono riuscito a resistere tre anni. Gli spazi erano pochi ciononostante, riuscii a raccontare il territorio.

Un collaboratore di un quotidiano dipende dal redattore che trova. Se capisce le notizie scrivi, altrimenti niente.

Così facendo la rete cominciò a sfaldarsi, gli informatori preferirono rivolgersi altrove, dove la pubblicazione era certa, arrivando alla fine a chiedersi se valeva la pena continuare.

Ribattere i comunicati o smettere? Davanti al dubbio ho deciso di smettere di fare il giornalista.

La mia zona, ricca di contraddizioni e con molte storie da raccontare, non era di interesse strategico. Così giorno dopo giorno, mese dopo mese, il Delta del Po scomparve quasi del tutto dalle pagine del giornale.

Al tutto dobbiamo sommare la considerazione iniziale, ovvero la causa. I collaboratori sono un costo per gli editori.

Spesso si punta a ridurre le collaborazioni togliendo l’unica vera ricchezza di un giornale: le informazioni.

Essendo il collaboratore esterno la base della piramide, non deve fare altro che subire le decisioni editoriali prese da chi decide le strategie.

Sicuramente “i piani alti” nemmeno se ne sono accorti della mia mail di “Cessazione del rapporto di collaborazione”. Lo prova il fatto che l’unica risposta arrivata era quella del redattore locale.

Ciao e nemmeno un grazie.

“Dove sta andando il giornalismo?” era una domanda alla quale avevo risposto in una community di Linkedin.

Il giornalismo è in agonia. Gli editori non riescono a tenere il passo con l’evoluzione dell’informazione, strettamente vincolata allo sviluppo dei sistemi di comunicazione, ma questo è il parere di un rompiscatole fresco di delusione, pertanto dategli il peso che merita.

Ringrazio i bravi redattori col quale ho avuto la fortuna di lavorare in questi anni. Quei pochi ad aver capito (ottenendo riscontri) l’importanza di raccontare un territorio che vuole crescere ma che è imbrigliato da una classe politica incapace, i colleghi collaboratori che ogni giorno si smazzano per raccontare i fatti, controllando le fonti (questa la cosa più importante) per garantire la qualità delle informazioni.

La vita di un giornalista (collaboratore esterno ovviamente) è dura.

È il precario per eccellenza, è colui che mette la propria faccia sul territorio, che incassa le critiche o le minacce.

Rammento, nella mia ultima inchiesta, le parole che mi dissero alcune persone: “Ci vorrebbero più giornalisti così, che scavano a fondo”.

Tuttavia, i complimenti non servono a nulla quando ti lasciano solo. Così ho messo fine a questo capitolo della mia vita.

Ho deciso di lasciare il lavoro più bello ma anche il più maledetto, per rispettare l’etica lavorativa e non mancare di rispetto verso chi mi leggeva e di chi mi pagava (la testata).

Non so che succederà domani. Non so se scriverò per altre testate o meno. Ho portato avanti altri progetti, consapevole che se voglio un futuro me lo devo costruire, senza stare all’umore di chi si siede in redazione.

A mio figlio, forse, risponderò così: “Ho cercato di fare la cosa giusta, quello che la coscienza mi suggeriva, per questo ho smesso”.

Questo blog continuerà ad andare avanti, sperando, oggi, di poterlo curare meglio e di ripagare la fiducia dei lettori che hanno scelto di ricevere gli aggiornamenti.

Chiudo augurando un in bocca al lupo a chi continuerà a fare questo stupendo lavoro, con la speranza che l’editoria cambi completamente rotta e dia il giusto valore verso chi, ogni giorno, si consuma la suola delle scarpe per far si che i lettori possano capire quanto sta accadendo sul territorio.

In ultima, ma non per importanza, mi auguro che i redattori capiscano il valore del collaboratore e la fatica che deve fare ogni giorno, senza fermarsi alla simpatia personale.

Buona vita.

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7 pensieri su “Il giorno in cui ho smesso di fare il giornalista

    • Alcuni le hanno. Spesso chi è dentro dimentica com’è duro il lavoro fuori, tutto qui.

      Spero che ci sia un cambio di rotta, soprattutto nel rodigino che rischia di perdere delle buone “penne”.

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  1. Questa società non è costruita su misura per gli “idealisti”,è la società delle notizie stupide per coprire quelle grandi.Il fenomeno dei blog di controinformazione se si è espanso una ragione l’avrà pure,peccato che molti di questi controinformatori pubblicano “copia e incolla”.Non sono una giornalista, non sono nemmeno vicina al settore, sono stata però se si può dire fra “i complottisti”.Un giorno successe che c’era la guerra in Libia e caccia aperta a Gheddafi,nel susseguirsi dei giorni successe che arrivarono notizie pro e contro Gheddafi.Quindi tu che fai?Leggi ma resti lì come un imbecille a chiederti quale delle tante voci merita un posto d’informazione nel tuo blog.Quella volta ho avuto fortuna.Ho avuto modo di conoscere un corrispondente dalla Libia,le cose si fecero più chiare.Avevo qualcosa da scrivere di vero.Dopo quella frustrazione chiusi il mio blog e per altre ragioni che s’allontanano dall’argomento mollai tutto: informazione e controinformazione.Mi ricordo la frustrazione grande e il senso d’impotenza di desiderare “la verità” ma non c’è storia da raccontare se quel che accade non è sotto i tuoi occhi, ci sono solo le storie basate su ipotesi,le informazioni che devono assecondare la parte politica di turno,c’è tutto tranne la storia vera.La storia che deve andare al vaglio della coscienza delle persone.
    Capisco anche se sono fuori dal tuo ambiente cosa provi e quel che mi dispiace è:che passi per una come me e altri come me che possono solo rovistare fra le notizie e affinare il fiuto per capire dove sta il cirpame,ma che un giornalista che vuole fare davvero il giornalista venga “imbavagliato” ecco questo se mi permetti mi fa un po’ incazzare…ma inutile arrabbiarsi,l’ho imparato da tempo.Ho compreso che comunque sia chi crede in qualcosa deve continuare ad andare avanti per la sua strada,ignorando il resto e tutto verrà da sé.
    Un saluto

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  2. Ciao Carola,
    intanto ti ringrazio per il tuo commento e per l’attenzione che hai prestato a questo articolo, perdona il ritardo nel risponderti.

    Gli idealisti oggi hanno molti canali da poter sfruttare per diffondere il loro pensiero. L’avvento di internet ha permesso questo nel bene e nel male.

    A volte i giornali dimenticano che sono al servizio della gente, questo significa non pubblicare solo notizie che possono piacere alla maggioranza delle persone (vedi alcuni fatti di cronaca nera, ad esempio) ma hanno il dovere di informare; che la notizia possa piacere o meno.

    Per quanto riguarda i cosiddetti “Blog di contro informazione” o “Informazione Alternativa” (sulla cosa sto preparando un articolo che inserirò a giorni) spesso sono fatti da persone che non hanno la minima nozione su quello che scrivono, inserendo spesso contenuti fuorvianti e lontani dalla realtà.
    Questi soggetti arrivano a fare il tipico “copia/incolla”, come da te già spiegato, e si limitano a cavalcare l’onda dell’indignazione, in quanto danno maggior peso al numero di visitatori e commenti.

    Questo oscura il lavoro fatto dai professionisti dell’informazione (ti basta vedere i post precedenti che ho scritto).

    Si è messo in piedi un sistema che distorce la realtà e la nostra storia recente (vedi il numero di pagine Facebook inneggianti al fascismo, fatte da persone che la storia non l’hanno studiata).

    Dall’altra parte mi faccio una domanda. Quanti di quelli che contestano i giornali, hanno letto veramente un articolo e non si sono fermati al titolo?
    Spesso è lo stesso lettore che “denuncia” l’informazione a non aver mai letto un articolo.

    Spesso e volentieri mi sono sentito dire: “Perché non fai un’inchiesta su questo o su quello…” rispondendo “è uscita due settimane fa”.
    Oppure “I giornali dovrebbero parlare di queste cose è una vergogna” e rispondere “mi sa che non lo leggi il quotidiano, vero? Altrimenti ti saresti accorto che l’argomento è stato sviscerato tempo fa”.

    L’errore che fanno molti colleghi è quello di fare informazione senza essere super partes, creando confusione su molte notizie (vedi quella da te citata), ma il fenomeno si ripete nei blog di contro informazione in percentuali decisamente maggiori.

    Sono i fatti a parlare. Ci sono testate che si limitano a riportare i fatti e a descrivere quanto avviene.

    Informarsi e scegliere la fonte di informazione migliore, basandosi sul modo di riportare notizie, è vitale. Chi vuole capire la notizia deve impegnarsi nella ricerca in questo sistema troppo caotico.

    Il sistema giornalistico, come scritto in questo pezzo, mette spesso i collaboratori (ovvero coloro che scrivono buona parte del giornale) alla base della piramide ed ogni giorno devono subire gli umori di chi, invece, prende uno stipendio regolare con tanti benefici.

    Chiudo dicendo che: il giornalista “imbavagliato” non va lasciato solo, va incoraggiato a proseguire nel proprio lavoro.

    Un saluto

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  3. Pingback: Giornalismo e agricoltura (reboot) | Basso Veneto

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