Utenti Facebook e privacy: analisi superficiale di un disagio

Qualche tempo fa, durante la presentazione di un progetto ad un cliente, spiegai che gli utenti non erano tanto interessati al contenuto del messaggio, piuttosto a chi lo aveva scritto (parlando di Influencer Marketing).Una fiducia cieca, che spinge una persona a fare determinate azioni (come condividere un messaggio) senza che ci sia un filtro, come il semplice chiedersi se quanto si sta per condividere sia una notizia vera o falsa.

Ed è questo a fare da base alle tristamente famose catene di Sant’Antonio, che si riferiscono alla “privacy” sul social network: “lo ha condiviso un mio contatto, quindi è vero”.

Disagio – livello 1: Voglio tutti i vantaggi e gratis!

Dal momento in cui ci iscriviamo a Facebook, restrizioni o meno applicate alla privacy del profilo, acconsentiamo ad un algoritmo di “studiare” quello che ci piace.

Da un lato, la funzione dell’Edge Rank è quella di mettere in primo piano notizie di pagine o amici con i quali interagiamo di più, dall’altra, sulla base dello stesso comportamento, la piattaforma memorizza i vostri gusti, “vendendovi” come potenziale utente interessato; ovviamente rimanendo anonimi agli occhi dell’inserzionista, il quale vedrà solo cifre sul pubblico raggiungibile.

Facebook ha passato da un bel po’ il miliardo di utenti attivi mensili. Per l’esattezza, 1,7 miliardi di utenti in tutto il mondo, scrivono post, caricano e condividono foto e video senza pagare un centesimo.

Dunque, partiamo dal fatto che il portale deve contenere tutti questi dati (compresi quelli storici) e che il servizio è gratuito (nella pagina di accesso viene spiegato chiaramente che lo sarà sempre), dove trova la piattaforma i soldi per mantenere una macchina così costosa? Dalla pubblicità.

E ogni utente ha un valore. Ogni utente per Facebook, vale quasi 11 Euro (10,94), calcolato su un fatturato totale annuo di 17,93 miliardi di dollari del 2015 (qui la fonte); fatturato aumentato nel 2016 a 27,64 miliardi di euro ed un utile di 10,22 miliardi (+177% rispetto al 2015, di conseguenza è aumentato anche il valore di ogni utente. Qui trovi il fatturato 2017).

In breve, vale la regola: Non esiste un servizio “tutto incluso” gratis.

Disagio – livello 2: voglio la mia privacy!

Perché vuoi la privacy se condividi la tua vita ogni istante, tranne quando vai al bagno esclusi selfie al cesso)?

Condividi la posizione di dove ti trovi (o il locale dove stai mangiando), fai la foto del piatto, quando sei triste lo scrivi, quando sei arrabbiato pure, quando sei felice anche e tralascio la galleria fotografica delle vacanze, diventata la versione 2.0 del “ti mostro le diapositive delle ferie”.

Sei tu, anzi, siamo noi, in diverse misure, a voler condividere con gli altri le nostre passioni. Siamo noi a fare di tutto per apparire come vorremmo essere e non per quello che siamo e mi stupisco del fatto che i siti di aforismi non abbiano avuto lo stesso aumento del fatturato del social.

Ti dà fastidio che un algoritmo prenda informazioni per vendere pubblicità e darti un servizio gratuito? Disiscriviti, è possibile farlo; Facebook è una società orientata al profitto, non un ente benefico.

Disagio – livello 3: Condivido quindi so

Mi soffermerei ad analizzare (sempre in modo superficiale, come ho fatto fino ad ora) anche il testo della condivisione. L’ultimo che mi è apparso nella home feed è la seguente (non ho cambiato una virgola, il commento è tra le paretesi:

“Consigliato da un avvocato (chi?).

La violazione della privacy può essere punita dalla legge

Nota: Facebook è ora un’entità pubblica (cosa?). Tutti i membri devono pubblicare una nota come questa.

Se non avete pubblicato una dichiarazione almeno una volta, Sara ‘ tecnicamente inteso che permetti l’uso delle tue foto, così come le informazioni contenute nel profilo dei tuoi aggiornamenti di status (ogni commento qui sarebbe superfluo. Questa è una lampante manifestazione di disagio).

Dichiaro che non ho dato il permesso a Facebook di usare le mie foto o qualsiasi informazioni nel mio profilo, i miei aggiornamenti e i miei status! (anche il punto esclamativo è stato consigliato dall’avvocato?)

Fare una copia incolla! (tenere premuto il dito sul testo, fai clic su copia, fare un post e incolla.) – (questo punto dimostra una cosa: chi ha iniziato la catena, sapeva benissimo a che tipo di utente rivolgersi)

Non condivido. (forse era: non condividere?)”

Consigliato da un avvocato? Da chi? Ha un nome ed un cognome? Perché lo condividi se non sai chi sia la fonte?

E nelle versioni più elaborate si parla di statuti che hanno ben altre funzioni o leggi mai scritte (tantomeno approvate).

Ma la parte geniale è “fare copia e incolla” e non fermarsi alla semplice condivisione.

Gli utenti non si fermano a fare le opportune verifiche, nonostante Google abbia reso sempre più facile la ricerca.

Disagio – livello 4: non sono disposto a pagare!

Questo andrebbe unito al primo punto, ma merita una nota a parte. Sino a poco tempo fa circolava su WhatsApp la bufala sul fatto che l’app sarebbe diventata a pagamento con una tariffa a messaggio inviato.

Tecnicamente, WhatsApp era stato messo a pagamento, per tutti coloro che avevano scaricato l’App dopo il 2014, ma aveva un costo annuale di pochi centesimi all’anno (89 centesimi per un anno, 2,40 euro per tre anni, ecc), per diventare poi gratuito per tutti.

La catena di messaggi invitava l’utente a condividerlo con almeno altri 20 contatti, per evitare di pagare; ovviamente si trattava di un falso.

Tuttavia, davanti all’obbligo di pagare, gli utenti passarono in altre piattaforme (es. Telegram), come forma di protesta, per continuare ad esercitare il loro diritto di inviare messaggi senza pagare (quando fino a poco tempo prima si facevano abbonamenti da 10 euro al mese per le famose “card” con messaggi illimitati).

C’è qualcosa di insensato in questa storia. Come un organismo cerebro dotato avrà sicuramente notato, siamo disposti a spendere diverse centinaia di euro per uno smartphone ultimo modello, ma nemmeno un centesimo all’anno per un servizio di messaggistica.

L’esempio di WhatsApp (che è sempre di proprietà di Facebook) è chiaro. L’utente è sempre, e sempre lo sarà, insoddisfatto ed avrà sempre un motivo per lamentarsi.

WhatsApp è tornato ad essere gratis per tutti (arginando la fuga degli utenti).

Ultimo pensiero

 In psicologia si parla di un fenomeno cognitivo tipico degli esseri umani: il “bias di conferma”. In sostanza, l’individuo va a selezionare quelle informazioni, ritenendole altamente credibili, che vanno ad avallare le proprie convinzioni (ipotesi, opinioni, ecc.), ignorando o criticando ferocemente tutto quello che lo contraddice (come questo articolo, ad esempio).

Siamo limitati nella gestione delle informazioni e i Social Network sono una fonte di notizie continue e caotiche, tra vere e false.

Se a questo ingrediente, andiamo ad unire anche la mancanza di spirito critico ed una dose abbondante di pigrizia, abbiamo trovato la ricetta dell’utente descritto sopra.

“Se l’ha condiviso un mio contatto allora è vero ed è vero perché è quello che ho sempre pensato anch’io”.

È chiaro, inoltre, che i Social Network, oramai, hanno un ruolo centrale nella vita quotidiana di ognuno di noi e cerchiamo escamotage mentali per avere l’illusione di controllare un mezzo a noi sconosciuto.

Ma questo merita un discorso a parte (che per tua sfortuna, è già pronto).

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