L’Italia nostra, vista dagli altri (e forse non sono comunisti)

Alcuni ci ridono dietro, altri invece ci osservano preoccupati. E se in Italia il Capo del Governo parla di giornali e giornalisti di sinistra, cosa dirà di quelli esteri?
Lo Svenska Dagbladet, in un articolo di Johan Wennström intitolato “Italiens Jan O Karlsson gör det igen” (Lo Jan O Karlsson italiano non si smentisce, un politico svedese molto noto per le sue gaffe), parla di Berlusconi e del voto di fuducia.
“L’altro giorno ci ha fatto di nuovo ricordare per quale motivo non sia un primo ministro adatto. In occasione di un incontro con ambasciatori e imprenditori dei paesi mediterranei, Berlusconi ha suggerito loro di portare in Italia ‘ragazze carine’. ‘Lo apprezzeremmo molto’. La dichiarazione, di per se stessa, non dovrebbe sollevare alcun putiferio. Ma se la si considera nel quadro globale degli scandali di prostituzione dell’anno scorso, e dei suoi processi per corruzione tuttora pendenti, il commento diventa allora solo uno dei tanti sintomi della patologia della politica italiana”. (Traduzione traduzione di ItaliaDallEstero.info)

Ancora più pesante è stato il francese Les Echos con: “Non, Sarkozy n’est pas Berlusconi!” (No, Sarkozy non è Berlusconi), del 16 luglio, firmato da Guillaume Delacroix, dove parla del caso di Woerth-Bettencourt, come un buon argomento di conversazione durante le cene nella capitale e di come il caso stia attirando l’attenzione dei media italiani. “E fa sorridere. Perché ci sono tutti gli ingredienti per un facile confronto. Un conflitto di interessi politico-finanziario, un presunto finanziamento illegale del partito politico, uno scudo fiscale da cui i grandi patrimoni traggono i maggiori benefici, intercettazioni telefoniche controverse e, per finire, i media trattati da «fascisti» e da «trotskysti».
Parrebbe di essere… in Italia! Antologia delle riflessioni sentite in questi ultimi giorni: «A ciascuno il suo turno!», «Voi francesi non siete più puliti di noi», «Sarkozy e Berlusconi, la stessa cosa». A discolpa di coloro che le pronunciano, queste frasi suonano come una risposta ai sarcasmi con cui gli stranieri li sfiniscono da quando il diabolico Cavaliere è sceso nell’arena politica, già più di quindici anni fa”.
Per il giornalista francese il paragone non starebbe in piedi: “Dimentichiamo i processi per corruzione, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro di Silvio Berlusconi, o i suoi scandali sessuali che erano in prima pagina un anno fa, e guardiamo invece quello che è successo nel periodo recente.
In poco più di due mesi, tre ministri sono stati costretti a dare le dimissioni. Prima quello allo sviluppo economico, che ha lasciato le sue funzioni all’inizio di maggio. Secondo molteplici testimonianze raccolte dalla giustizia, Claudio Scajola sarebbe stato uno dei principali artefici di un sistema di appropriazione indebita di denaro pubblico destinato a lavori realizzati dalla Protezione Civile per conto dello Stato.
Grazie al suo intervento un costruttore, Diego Anemone, avrebbe ottenuto appalti pubblici esorbitanti e gli avrebbe in seguito versato 900.000 euro per comprare un appartamento di 200 mq, con ampia vista sul Colosseo. Nell’elenco quindi, fatti presunti di corruzione e di arricchimento personale. Secondo esempio, quello di Aldo Brancher, un ex dirigente Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi.
Questi ha gettato la spugna il 6 luglio, soltanto tre settimane dopo essere stato promosso da semplice sottosegretario di Stato con delega alla Decentralizzazione al rango di ministro senza portafoglio. Uno status che lo poneva di fatto sotto la protezione di una nuovissima legge, detta «del legittimo impedimento», grazie alla quale un membro del governo può rifiutare di recarsi in tribunale, se convocato, a causa della sua agenda fitta di impegni.
Aldo Brancher non aveva impiegato più di cinque giorni per ricorrere a questo testo e tentare di sfuggire al processo Antonveneta, nel quale è indagato, con sua moglie, per ricettazione e appropriazione indebita. È stato necessario un richiamo del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perché l’interessato si rassegnasse a recarsi all’udienza rinunciando al suo posto.
Il terzo ha dato le dimissioni mercoledì 14 luglio. Si tratta di Nicola Cosentino, che era segretario di Stato all’Economia nel ministero delle Finanze di Giulio Tremonti. Già indagato per complicità con la mafia napoletana in un traffico di rifiuti tossici, è appena stato accusato di «associazione a delinquere».
Che cosa gli viene contestato? Di aver contribuito a creare un’associazione segreta con lo scopo di manipolare eletti e magistrati, associazione che avrebbe fatto pressione sulla Corte Costituzionale, nell’ottobre 2009, per convincerla a mantenere l’immunità penale di Silvio Berlusconi.
Altre due personalità vicine al capo del governo sarebbero implicate in questa nuova storia: Denis Verdini, che gioca il ruolo chiave di «coordinatore» all’interno del Popolo delle Libertà, il partito al potere, e Marcello Dell’Utri, ex [sic] senatore PDL ed ex presidente di Publitalia, filiale della Fininvest, condannato nel 2004 per «concorso esterno in associazione mafiosa» e che ha appena visto confermata la sua pena in appello (sette anni di prigione e interdizione a vita dagli incarichi pubblici).
La lista è ancora lunga, ma vediamo ora come l’esecutivo romano tenta di uscire da questa difficile situazione. La sua ricetta è semplice. Poiché è sempre dalla stampa che gli italiani vengono a scoprire queste vicende, basta impedire alla stampa di parlarne.
Così il parlamento è attualmente occupato da un progetto di legge che limita la pratica delle intercettazioni telefoniche nelle inchieste giudiziarie e che vieta, in modo puro e semplice, la loro trascrizione nei mezzi d’informazione. La «legge bavaglio», come la chiamano i suoi detrattori, prevede che i giornalisti dovranno attendere [la fine] del processo per poterne parlare.
Vale a dire: la cappa di piombo che rischia di abbattersi sulla Penisola, conoscendo la velocità della giustizia in Italia e il numero di casi sepolti dalla prescrizione. Anche l’ONU protesta, vedendovi «un’infrazione alla Convenzione internazionale dei diritti civili e politici».
Anche qui, il paragone non ha ragion d’essere, malgrado l’ingerenza di Nicolas Sarkozy nella vita dei media, e qualunque cosa si pensi del caso Woerth-Bettencourt… In Italia, Silvio Berlusconi ha di certo il potere di nominare i dirigenti della televisione pubblica. Ma, bisogna ricordarlo, possiede personalmente, oltre ad un quotidiano, «il Giornale», e un settimanale, «Panorama», i tre principali canali televisivi privati, Italia 1, Rete 4 e Canale 5. E, quando afferma che la televisione non fa correttamente il suo lavoro, irrompe immediatamente sulla scena per monopolizzare la parola e dire la sua verità. Scommettiamo che il capo di Stato francese non arriverà a tanto”.(traduzione traduzione di ItaliaDallEstero.info)

Possibile che il mondo stia diventando comunista?

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