“Baita era estraneo all’isola artificiale”

[Articolo di Nicola Cappello su “Il Resto del Carlino” di Rovigo del 29 ottobre 2010]

Processo Terminal, la parola ieri alla difesa in tribunale ad Adria

L’isola artificiale per la posa delle tubazioni era stata già stata prevista. Continuano le arringhe della difesa nel processo all’isola artificiale del terminal gasiero. Nel pomeriggio di ieri è stato il turno dell’avvocato Paola Rubini, in rappresentanza di Piergiorgio Baita, presidente della ditta Mantovani Spa che ha costruito l’isola artificiale.
Per l’imputato, che è stato accusato di aver realizzato l’isola senza permesso di costruire e di dolo per lo sversamento in mare della sabbia, il pubblico ministero Manuela Fasolato ha espresso parere favorevole per l’oblazione, con la richiesta che venisse pagata un’ammenda pari a 39mila euro e sei mesi di reclusione, oppure, nel caso l’oblazione non fosse ammessa o il pagamento non avvenga, otto mesi di reclusione.
Per entrambi i capi di imputazione, Rubini, ha richiesto la piena assoluzione poiché il fatto non sussiste. “Baita – spiega la difesa – non ha mai assunto un compito particolare e non appare nell’organigramma della commessa, nell’esecuzione di questo contratto; inoltre, non risulta che abbia dato ordini o disposizione per la realizzazione di questo cantiere”.
L’imputato, all’interno dell’impresa, si limita a dare le direttive gestionali e si occupa di acquisizione delle commesse: “La dimensione della società Mantovani Spa, conta quarantasette partecipazioni societarie e le commesse attive nel 2006, all’epoca dei fatti, erano 161. Non si poteva quindi pretendere che Baita fosse presente in cantiere per fare le verifiche e bloccare la costruzione dell’isola immediatamente. In ogni cantiere ci sono diversi professionisti che avevano, secondo l’organigramma, un compito e funzione, questo per fare in modo che il presidente non faccia da parafulmine a 161 cantieri”; inoltre, la difesa punta il dito sul comportamento non univoco degli enti pubblici, sottolineando la totale estraneità del privato.
Anche l’avvocato Rubini ha avvallato il fatto che l’opera non si trovasse entro la competenza del territorio comunale di Porto Viro, dato che la struttura si trovava a 600 metri dalla costa. La costruzione dell’isola era stata prevista come base dei macchinari per il Trivellamento orizzontale controllato, che permetteva di scavare a trenta metri sotto lo scanno, per non avere un impatto sull’ecosistema della superficie.
Si trattava quindi, sempre secondo la difesa, di un’opera provvisoria che sarebbe stata smantellata esaurita la sua funzione, inoltre, non si sarebbe trovata dentro un’area con vincoli ambientali.
Il cedimento di una parete dell’isola, dopo il sequestro, sarebbe stata causata da una lenta burocrazia. Nell’arringa, Rubini, spiega come l’Arpav ed il genio civile, avessero espresso il parere di riempire subito l’isola e poi fare le valutazioni; un’operazione che sarebbe durata solo qualche giorno, dato che la struttura era già stata riempita a metà.

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